venerdì 11 dicembre 2009

Perché qui?

Perché qui?



Via Beato Angelico, Milano.
Non ci sono monumenti chiese centri commerciali MacDonald palazzidellefiabe. Non sta in periferia ma neppure in centro. Decisamente non c'è un gran traffico.
Allora perché quel tizio con la fisarmonica (più o meno al centro della foto, che non guarda in camera) si è messo a suonare proprio qui? Quanti soldi metterà insieme stando dove sta?
Non sarebbe più redditizio suonar chessò in metro, o in centro, o davanti al Duomo?

...

Oggi sono state calde discussioni sui progetti a venire.
Vicino a via Beato Angelico c'è un ufficio e con un po' di vecchi amici e un po' di nuovi amici ci si è trovati per parlare di corsi e laboratori. Di comunicazione. Di teatro. Di idee.

Io dico
- Avrei questo laboratorio sperimentale che insomma sarebbe per persone che hanno una certa esperienza, gente che scrive, che fa già teatro che...

Un amico dice
- Sì
poi aggiunge
- Perché?
e intende perché uno, magari un attore, magari uno scrittore, magari un professionista, dovrebbe venire a pagare te, quando può pagare chessò Tizio, noto autore, o Caio, grande attore, o Sempronio, che televisivamente parlando è un'istituzione?
Buona domanda.

Io penso
- Boh
ma siccome non è la risposta che si aspetta nessuno dei presenti (me incluso) pur pensandolo mi arrischio in una serie di parole gradevoli e sensate e forse persino convincenti, visto che poi a parte una battuta su Sempronio che
- Siccome ha una vulva di un certo spessore può parlare di tutto
nessuno dei presenti si è fatto troppi problemi.

Nessuno tranne me, cioè, che invece ci ho pensato tutto il pomeriggio.
Con tutta l'esperienza maturata negli anni, con quei due premietti in bacheca, con le parole che frullano in testa e i libri che macerano sugli scaffali, in realtà sono molto meno di Tizio, quasi nulla paragonato a Caio, addirittura inesistente a fianco della vulva di Sempronio.
(Quest'ultima affermazione poi è facilmente verificabile: se in una foto ci fossimo io e la vulva di Sempronio, sicuramente guardereste solo lei).
Chimmisicaga, insomma?

...

Finita la riunione, ripasso per Beato Angelico rincorrendo la 90.
Il tizio con la fisarmonica non c'è.
Peccato.
Se ci fosse, gli chiederei
-Perché qui?
e magari chi-lo-sa si finirebbe a berci un rosso al bar, con buona pace di quelli che
- Alle cinque il the o se proprio un crodino

Glielo chiederei,
-Perché
ma giusto per rompere il ghiaccio.
La risposta credo di saperla.
E' la stessa che mi sono dato io.
Quella che dovrei dare a chi da domani mi chiedesse
- Perché fai un laboratorio ché magari non lo caga nessuno perché non sei famoso e finisce che hai lavorato un sacco per non prender due-euri-due?

Perché non farlo, se c'è la possibilità che anche uno solo mi veda e, per qualche ora, stia bene pensandomi?

Grazie della non-bevuta, tizio della foto.

A

giovedì 10 dicembre 2009

Carne bovina, grazie.

Cena di ieri (prima di esser cucinata)


Dopo il lavoro sono andato dal Miomacellaiobis.
Il Miomacellaio ufficiale è un tipo giovanile ed è una festa ogni volta che gli chiedo un arrosto, però ahimé sta al paese e chiude più o meno quando io esco dall'ufficio, a tre quarti d'ora di metro da lui.
Quindi da un annoemezzo in qua a prender la carne vado dal Miomacellaiobis, che sta a due passi dalla fermata della rossa.

...

Il Miomacellaiobis è sull'orlo della pensione, e ha iniziato quando serviva una licenza specifica per macellare ciascun tipo di carne.
La licenza per i polli.
Quella per i suini.
Lui è specializzato in bovini, e ha la licenza bella ingiallita appesa sopra la trippa.

Ci ho fatto caso appunto ieri, quando la signora prima di me, indicando un piedino di vitello, ha ingenuamente chiesto dello zampone.

- Ai miei tempi, si imparava un mestiere e uno solo. Mica è lo stesso fare una costata di manzo e una costina di maiale, cosa crede? Un mestiere, a saperlo fare bene, bastava e avanzava per campare, una volta... Mica come adesso, che tutti sanno fare tutto, ma poi alla fine...

Alla fine non sanno fare niente.
Ecco, il Miomacellaiobis, che te ne può raccontare mille su Milano ma da cui non ti aspetti proprio perle di saggezza, ieri invece ne ha tirata fuori una. E mi ha lasciato a pensarci su tutta la notte. Perché lui era specialistico quando ancora non si sapeva che la verticalizzazione era la chiave del successo. E perché non ha mai dovuto reinventarsi, sapendo fare il suo mestiere.
Eppoi perché mi ha fatto i complimenti per il mio fisico, ma questo credo rientri nelle capacità relazionali del buon commerciante.

Insomma: un macellaio bovinista non sarà mai un diversamente occupato.
Non gli interessa imparare l'inglese, aggiornare i software anti-virus, imparare a usare SAP.
Gli basta tenere i coltelli affilati e le vacche grasse.

Una volta non c'era mica tempo per reinventarsi ogni tot anni: bisognava scoprir la propria strada fin da piccoli, e poi via a cavalcare la professione fino alla pensione. E pazienza se la strada non era quella giusta: per i rimpianti ci sarebbe stato tempo dopo.

Non so se era meglio prima o se adesso sia più divertente.
Però di certo gli hamburger di ieri sera erano meglio di quelli del fast food.

A

mercoledì 9 dicembre 2009

Man-at-work

Lavorolavorolavoro.



Oggi la Miacoscienza si è ricordata che avere un contratto da onorare significa che comunque sto lavorando.
Buffo le sia venuto in mente oggi che ho fissato un colloquio di lavoro.

...

Le mail e i CV e le presentazioni piantati nelle caselle di mezzo mondo hanno finalmente dato frutto? Non proprio. In effetti, come spesso capita, è stato il solito passaparola.
L'amico ha detto all'amico che ha detto all'altro amico che ha detto a.
Risultato: colloquio. Non so bene per cosa, ma mi auguro non sia per il trattamento dei rifiuti tossici.

Non sono -per ora- granché agitato, o inutilmente speranzoso, o teso. Mi sento quasi in imbarazzo, per la natura "informale" del contatto.
In ogni caso... Chiedo un giorno di ferie.
Cioè: chiedo un giorno di ferie per trovare un lavoro.
Faccio vacanza per potere in futuro chiedere altre vacanze, ma a una persona diversa da quella a cui le chiedo ora.
Non è proprio un paradosso, però è buffo.

...

Dal punto di vista della Miacoscienza, visto che chiedo le ferie, significa che tutto sommato sto ancora lavorando.
Questo contratto-da-onorare è comunque l'occupazione che ho scelto negli gli utlmi 18 mesi.
Gli stimoli sono quelli che sono, e credo di aver già chiarito in qualche vecchio post che quello che faccio non mi fa sentire come Colombo che scopre l'America...
Però.
Però la Miacoscienza questo mica lo sa.
A sentir lei, se qualcuno mi paga per un servizio, 'sto servizio si merita di averlo.

E come darle torto?
Torno al lavoro, gente. Che per oggi non è capire chi sarò domani, ma ricordarmi chi ero ieri.

A

martedì 8 dicembre 2009

Oh So Bright!

Mi si accendono in testa che non ci dormo la notte.


Così tante idee geniali che mi stupisco non mi abbia ancora scritturato Spielberg.
Anche se effettivamente per vederle Spielberg dovrebbe abitarmi in testa.

...

C'è questo tizio che chiamiamo C.
C è un uomo di mezza età, non troppo bello né particolarmente simpatico, con quell'occhio furbo che non ti fideresti neppure a mandarlo a prendere le pizze all'angolo. Tanto per intenderci, C mi è stato simpatico più o meno dieci minuti, poi ho capito che mi avrebbe venduto sua madre se avesse avuto il vago sospetto che per averla avrei pagato. Da quel momento, C mi piace come la cicca nei capelli.
Però C sa come reinventarsi. E per questo, simpatia o meno, val la pena raccontare la sua storia.

C lavorava come commerciale in un'azienda che fabbricava credo bruscolini.
In pratica convinceva le persone che
"Senza bruscolini negli occhi al mattino è come non aver dormito"
oppure che
"Un bruscolino è un investimento"
o anche
"Se il tuo vicino ha più bruscolini di te che figura ci fai?"
E cose così.

Risultato: la gente pagava per cose poco utili o disutili, o magari dannose, e per un certo tempo era anche contenta di farlo. Passato l'instupidimento, però, si accorgeva di aver pagato bruscolini come fossero pepite e giustamente cercava di rivalersi.

Probabilmente per questo, o forse per aver provato a vendere sua madre al principale, ma-chi-lo-sa, un bel giorno C si è trovato senza lavoro, senza clienti e con un sacco di gente disposta a testimoniare pur di vederlo a San Vittore.
Insomma, come me doveva reinventarsi.

Ora, capita che a C, credo in seguito a una borsettata in testa da sua madre, venga un'idea:
"Se io unissi tutti i bruscolinifici in una bella rete di mutuo soccorso, mi prenderei una percentuale delle vendite e loro sarebbero felici di avere una specie di lobby".
Non avendo molto altro da fare, prende il telefono e chiama tutte le aziende di bruscolini, tranne ovviamente quella per cui lavorava. A suon di blabla li lusinga, li blandisce e alla fine li convince.
C non fa nulla o quasi, se non ogni tanto sbattersi per cercare nuovi iscritti, ma guadagna il suo bello stipendio e probabilmenmte prima o poi riuscirà ad appioppare sua madre a qualcuno.

...

E' chiaro che C non sia un esempio di etica com' è chiaro che non sia un genio della finanzia o dell'impresa. Ha solo avuto un'idea, e neppure troppo buona.
Però ci ha creduto, ci si è impegnato, ha concentrato le sue risorse su quello e alla fine, premio alla costanza e alla dedizione, ha raggiunto il suo obiettivo.

Ecco, credo che nel limbo della diversa occupazione la costanza premi quanto le buone idee.

Non so a voi, ma a me davvero salta in testa un progetto al giorno.
Quanti arriveranno al traguardo? Da quanti ricaverò qualche soldo, oltre che qualche soddisfazione? Quale mi dirà che mestiere finirò per fare?

Di tutte queste lampadine, quale rimarrà accesa fino a domani?

A

lunedì 7 dicembre 2009

Ponte sullo slargo di Cairoli

Orologio della mia cucina.


Se anche il tempo non esistesse, lui lo farebbe passare lo stesso.
Un tac dopo un tic eccetera, un giro dopo l'altro.

...

Ponte dell'Immacolata, che a Milano è anche Sant'Ambrogio.
Mercatini, fiere, serate libere. Chi non lavora approfitta per far la passeggiata in centro, via Mercanti, largo Cairoli, e per i più coraggiosi c'è la Fiera di Rho, che un mio amico una volta l'han trovato allo stand della Campania quasi soffocato dalle mozzarelle di bufala omaggio.

Siccome anche il mio contratto-da-onorare oggi mi dice vacanza, ma non sono così coraggioso da tentare la Fiera né così masochista da avventurarmi in centro, avevo programmato di pisolare fino all'ora di pranzo, quindi di farmi un riposino per digerire.
Ieri mi sono lasciato travolgere da piacevoli discorsi e gustosi alcolici fino a notte fonda, pregustando la nanna fino a tardi.
Invece tu pensa la Miacoscienza mi ha tirato in piedi più o meno alla solita ora (la foto all'orologio l'ho fatta solo prima di cominciare a scrivere), a hai voglia a rigirarti nel letto per ritrovare il sonno: quello ormai è uscito e conoscendolo lo rivedo stasera sul tardi.
Perché, se oggi è festa?

...

Beh, avere tutto o quasi il proprio tempo a disposizione è più o meno come avere un cane. E' bello scucciolarlo, ma alle sei del mattino devi portarlo al parco, se non vuoi che ti caghi nelle ciabatte.
Il mio tempo liberato-da-contratto mi sta responsabilizzando più di quello vincolato-da-contratto.
Siccome il mio vero lavoro è la mia vita, nel senso che il mio unica occupazione è imparare come vivrò, trovandomi nel limbo della differente occuopazione, non è che possa semplicemente prendermi una pausa. Esattamente come non si può decidere di avere un cane solo di giovedì.
Contratto o no, essere me è un affare a tempo pieno.
Questo credo intenda la Miacoscienza, quando mi sbatte fuori dal piumone.

Posso stabilire come gestire il mio tempo, e inculo a clienti-capi-collaboratori. Però la Miacoscienza si è arrogata il diritto -e come negarglielo?- di tenermi in riga. Non ha nulla a che fare con la morale e il policamente corretto, la Miacoscienza: mi ricorda piuttosto che le lancette continuano a girare e che, anche se il tempo non esiste, io ho venti giorni per reinventarmi nuovo, prima che il contratto-che-vado-onorando scada. Non sono tanti, santi o non santi.
Ponti o non ponti.
Feste o non feste.

Ringraziate -o sfanculate- la Miacoscienza se sogno per iscritto invece di stare come tutti nel letto.

A

venerdì 4 dicembre 2009

Manchester-on-my-mind

Where am I from?



Manchester.
And I can prove it: f@ck you Poshy-Beky.

...

There's this old friend o'mine, we can call him Du.
He used to live here in Manchester, but he's born in Italy, so
ITALIAN
on his passaport, and
ITALIAN
on his DL, and
ITALIAN
when anybody ask him which his native-language is.

Well, like most of us, Du's looking for a new job.
What you need to know about his CV is that his former job had a "chief" in the title.
I know what you're thinking. Please stop.
That's NOT true: he's not a jerk, or a shark neither. Du's good in his job, and that's all.

Financial Crisis hit Du's company hard, so Du became "avaible".

Yesterday Du had an interview.
QuestionAnswerQuestionAnswerQuestionAnswer as usual, and the answers met the questions and everybody smiled and Mr.Du was reasonably happy.
Than
"Oh you're from Italy... Can't believe"

"Well, actually I was born in It..."

"I am sorry, but your former experience is not enuogh for the position we're looking for"

"What? But you said it was enough when you first phone me..."

"That's true. What I mean is not enough for an Italian. You know: you've got all those stories to be ashamed of..."

"Stories... ?"

"Oh, y'know... Mussolini, Mandolini, La dolce vita, Mr. B..."

"What the hell has those things to do with me?!?"

"Well, it's not you... But you italians have to prove your... Trustworthiness. You as a people"

...

Be honest, was not exactly those words... But trust me: this was the meaning.

We've plenty of happy-ending stories 'bout italians having great jobs outside Italy, but maybe we've got to start from the beginning, telling those stories.

Well, I'm a british citizen, so chemmenefrega?

A

mercoledì 2 dicembre 2009

MoneyMoneyMoney

Nessuno si prostituisce, se non per soldi.


Lavorare si deve.

Aver principi si dovrebbe.

Indicativo vince su condizionale.

Per esempio c’è questo ragazzo intorno ai 35 che chiamiamo Qu.

Fa il giornalista, e crede fermamente che girare a sinistra sia meglio che restare a destra.

Però a sinistra gli farebbero fare volontariato, mentre a destra lo pagano, quindi lecitamente si prostituisce. Scrive sulla Padania, se ve lo stavate chiedendo.

Loro regolarmente lo stipendiano ormai da un pezzo, e promettono con solenne contratto che continueranno a farlo a tempo indeterminato. Lui allora dice che gli piace il verde anche se lo sanno tutti che gli unici maroni che gli interessano sono quelli glacé.

Però siccome è un buon giornalista, che ama fare il suo mestiere, e per di più è una bella penna, tutti vivono felici e contenti.

Fine.

Qu è un occupato nient’affatto “diversamente”.

Lui non deve chiedersi quello che per un post-precario come me ormai è un mantra

“Cosa sarò quando finisce il contratto-che-vado-onorando?”

Non deve reinventarsi, inventatosi com’è nel modo giusto fin dall’inizio.

Come prostituta.

Ma c’è davvero qualcuno che si formalizza su certe cose, al giorno d’oggi?

Dopo Qu ci sono io, che oggi ho passato la giornata a condire la merda del tal cliente con un po’ d’aceto balsamico, nella speranza di migliorare almeno l’odore.

E qualche minuto fa mi sento dire che

“No guarda lui la merda la preferisce liscia: a lui gli piace così, cheffarci?”

Appunto: cheffarci?

A cosa serve un giornalista, o un esperto di comunicazione, o persino un regista, se tanto il criterio è che chi mette i soldi decide?

Ochei: anch’io mi sto prostituendo, visto che bene o male quella tal merda alla fine l’ho servita.

Ma è chiaro che la mia condizione e quella di Qu non sono neppure simili: lui fa il suo lavoro e ha una serie di garanzie in merito alla possibilità di continuare a farlo.

Dove sono io invece il-mio-lavoro non è proprio richiesto.

Sono l’equivalente dell’operaio generico non specializzato che cita Giolitti e fa rivendicazioni sindacali, mi sa.

Qu approverebbe.

Beh, almeno in privato.

E in pubblico chi lo prende in chiurlo sono io.

Un mese scarso e forse finirò a fare il gourmet, non essendo richiesto come giornalista.

Non sarei male: se non altro non mi piace la merda.

Un mese scarso e sarò pronto ad abboccare a un altro amo, purché fatto su nei centoeuro.

Un mese scarso per scoprire che ormai la strada è così affollata, che anche tra mignotte c’è la corsa ai saldi.

A


Chiuditi Sesamo

Quando si chiude, si apre una finestra.



Mica detto che ci si passi, dalla finestra, comunque.
Intanto però, sei sicuro che non ti mancherà l'aria.

...

Ormai una settimana che mando curriculum, e l'unica risposta che ho ricevuto è stata un convinto nograzie.
Ieri parlavo con una collega, nell'ufficio oresso cui sto onorando-il-contratto, e mentre le dicevo che
"Sono convinto della mia scelta!"
"Sono contento!"
"Ho fatto al cosa giusta!"
sentivo la faccia sciogliersi come il cerone dopo un'ora di riflettori.
Il punto è che non so quali alternative avrei avuto.
Se sei di troppo, l'unica è andarsene prima che ti mandino via.
Non è proprio coraggio, né orgoglio e neppure un'ipertrofica dignità. E' senso drammatico.
La storia ha raggiunto il suo climax, quindi è meglio tagliare, perché da lì in poi sarà solo un naufragare verso il finale. E tanto più a lungo si tirano le cose, tanto più patetiche diventano.

Il problema è che, a differenza dei romanzi e dei film e degli spettacoli, la vita continua anche dopo i titoli di coda.
E non è mica facile ricominciare a raccontare storie appena finita una storia.
Soprattutto se quella storia sei tu.

...

Ma quando chiudi una porta, davvero capita che qualcuno apra una finestra.
Ora, non aspettiamoci che la finestra sia più larga, o comoda, o agibile della porta i questione. Però effettivamente qualcosa capita.
Tutto quello scrivere che ho fatto quasi di nascosto negli ultimi mesi, incastrato tra il rientro sfatto e la sveglia antelucana, tutte quelle idee nei cassetti, tutti quei mipiacerebbe, adesso sono la mia professione.
Un blog di storie, mie ed altrui.
I racconti.
Il teatro per i ragazzi.

Ancora un mese giusto -vacanze a parte- di questo contratto terminale, e nessuna seria prospettiva all'orizzonte. Eppure la contraria in questa casa è tale e tanta, che non si può proprio rimaner fermi...

A

martedì 1 dicembre 2009

Naso di prof con coscia

Io ci vedo il professore col nasone.


Ma è altrettanto vero che c'è un corpo discinto.
Pare che la prima cosa che si vede sia sempre quella più familiare all'osservatore.

E pazienza se questo significa che dovrei passare più tempo su U-Porn.

...

Ieri l'altro un certo Pier Luigi Celli, già direttore RAI, ora direttore generale della LUISS, scrive una lettera aperta indirizzandola al figlio.

Questa.

E' un po' retorica, naturalmente, ma, in un'epoca in cui con una scatoletta grande un palmo si guarda in faccia una persona che sta a mille chilometri di distanza, chi scrive deve essere retorico.
Dato il tema, poi, è chiaro che la cosa mi colpisca e mi riguardi.
C'è dentro molto dello sconforto, della delusione e della rabbia che mando giù tutti i giorni insieme al caffélatte. Però non credo ne avrei parlato qui se non fosse stato per i commenti che questo Celli ha suscitato.
Vi invito a leggere qualcuno di quelli postati sotto l'articolo -2100 mentre scrivo, ma non dubito cresceranno- ma anche di cercarne in giro per la rete.

"Hai rubato anche tu, Celli, quindi vaff@"
dice uno.

"L'ha pubblicato Repubblica per fare intendere Burlasconi-vaff@"
dice l'altro.

"Se avessi i soldi che ha lui seguirei il consiglio, ma mio padre non era direttore della RAI quindi vaff@ tutti!"
dice il terzo.

E via così tra chi è d'accordo, chi è d'accordo a metà, chi è d'accordo ma gli dispiace, chi è in disaccordo però approva eccetera eccetera eccetera. Eccetera.

E' bello che ciascuno dica la sua. Non scriverei un blog se non pensassi che esprimersi davanti a una platea potenzialmente mondiale sia un modo efficacie per rinsaldare una rete umana e civile sempre più labile.
Il guaio è che a volte questa folla virtuale fa paura.
Non per quello che dice, ma per quello che vede.

Insomma, un padre scrive una lettera al figlio. Dice una serie di blabla magari giusti, magari sbagliati, magari indifferenti. Viene pubblicato.
E la prima cosa che viene in mente al Mariorossi di turno sono piani di destabilizzazione, bestemmie contro il Governo, l'amor-patrio-offeso, il magnamagna, la desolazione-dei-meritevoli.
E i vaff@.
Un sacco di vaff@.
A chi non la pensa come lui a chi è più fortunato a chi è migliore a chi parla una lingua diversa a chi non gli piace la Nutella a chi non si guarda i pornazzi a chi c'ha i capelli cosà a chi legge ma poi non commenta a chi.
Vaff@.

...

Beh, io non so se finirò a lavorare all'estero.
Non so più neppure se ho i meriti e i titoli per ricevere uno stipendio, in euro in dollari o in yen.
Però ho imparato oggi che, per compensare una certa evidente sudditanza psicologica al mondo accademico che mi impedisce di vedere subito la donnina nella faccia del professore, dovrò guardarmi con interesse passerelle, video rap e trasmissioni TV. Tutti pieni di cosce, chiappe e decolté più o meno debordanti. Abituarmi a un mondo più tornito di quello delle bilbioteche, delle librerie e delle discussioni noiose.
Insomma, viva la figa.
Motto intramontabile che cavalca le generazioni.

Ma al Mariorossi, che da ogni bla cava un vaff@, cosa servirà mai per compensare?

A

lunedì 30 novembre 2009

Storia Alla Panna

A qualcuno non piace la panna e quindi non se la mangia.



De gustibus.
Però anche chi non la ama ammette che, fatta com'è di latte e centrifuga, la panna è grassa e fa ingrassare solo a passarci vicino.
Quindi, tra quelli che non mangiano la panna c'è un'infelice porzione, una minoranza forse non poi così minoritaria, una disgraziata fetta di campione che non si contiene per inappetenza o question di sapori, ma per paura di rovinarsi la linea.

...

C'è questa ragazza che chiamiamo Emme.
Brava, sveglia e carina come dev'essere la protagonista di una storia in cui confluiscono tante storie diverse eppure simili. Emme studia da un anno per fare un esame a Roma. Quel tipo di esame di abilitazione al termine del quale sei ufficialmente "professionista" nel tuo mestiere.
Per prepararsi, in ottemperanza allo statuto dell'Ordine professionale di cui vuol far parte, sta facendo il tirocinio, cioè lavora. Certo: un lavoro malpagato, a termine, non particolarmente gratificante. Però un lavoro. Per di più, il lavoro che ha scelto e che la appassiona abbastanza da studiarci, appunto, un anno.
Mese dopo mese, il giorno dell'esame si avvicina, e ormai siamo agli sgoccioli.

Dopo tutte quelle ore a pensarci, un po' di ansia è naturale. Emme non dorme bene, continua a riguardare gli appunti, si inventa domande e temini per vedere se riuscirebbe a svilupparli. Prende il libro in mano per un ripasso veloce, tanto per non consumare la notte guardando il soffitto, per di più al buio. Apre su un capitoletto a caso, e guarda un po' parla delle retribuzioni, delle condizioni di lavoro, dei diritti della categoria. Diritti sacrosanti, beninteso.
Però, siccome a Emme hanno insegnato a mettere insieme i punti per vedere che disegno ne esce, dietro questi Diritti lei intravede la catastrofe.

SE tutto andasse bene
SE passasse l'esame
SE ottenesse quel titolo per cui lavora da tanto e che insomma le starebbe così bene accanto al nome...

Lavorerebbe ancora? Il suo attuale direttore-superiore-tutore, così gentile a malpagarla ora per prepararla all'esame, la vorrebbe ancora come suo pari, invece che come tirocinante? Non preferirebbe forse una ragazzina più giovane, più inesperta e, soprattutto, legalmente più economica?
Domattina l'esame, e la paura che potrebbe essere l'ultima cosa che fa nel mestiere a cui tanto tiene.

"Ne vale la pena?"

...

Ora, come finisce la storia di Emme non lo so e forse non è neppure importante.
Però la morale -se servisse una morale- è già morbida e montata: vietarsi, o anche solo pensare di vietarsi, o persino aver paura di doversi vietare qualcosa di buono e giusto e appagante, che si è guadagnato con fatica o anche solo che si è pregustato a lungo, è un fallimento della società.
E un'occasione persa per me che nella società ci vivo.

Non so quanta colpa vada agli stilisti che scelgono modelle anoressiche, agli Ordini professionali che per evitare alle categorie di morir d'inedia le ammazzano a pistolettate, e alla Crisi, che ormai giustifica tutto e il contrario di tutto. Però, fossi in Emme, quella panna l'aprirei proprio...

A

venerdì 27 novembre 2009

Vuoto di custodia in poco fuoco

Il DVD manca.



Cerchi la custodia. La trovi. Ti aspetti il DVD.
Invece quello manca, perso in chissà quale lettore o su chissà quale scrivania.
Delusione e senso di colpa per quella volta che
"lo metto a posto dopo".

...

Oggi apro la mia casella di posta ed è vuota.
Ieri e ieri l'altro e il giorno prima ancora avevo fatto il compitino: inviare curriculum.
Oggi che è venerdì controllo quante risposte ho ricevuto.

Nessuna.

Inviare una mail è come lasciare una pistola in scena: tutti si aspettano che prima o poi spari.
Siccome se invio una mail è perché mi piace quello che ho scritto, mi aspetto sempre che dall'altra parte della rete, chi la legge abbia piacere di rispondermi.
Invece quasi sempre succede DELETE, o "SEGNA-COME-LETTA", o "quando ho tempo la rileggo".
Sicuramente a volte succede anche
"Che cazzo ha scritto?!?" e "Ho già mal di testa e invece di questa mi leggo il bugiardino dell'Aulin".

Cerco con impegno sulla mia rubrica. E sui siti lavoro. E sulle pubblicità.
Ma la casella rimane vuota, e la paura è che semplicemente i miei invii siano fuori fuoco, come foto venute male.
Non abbiano preso bene la mira.
Non abbiano avvisato il modello di restare fermo.

Forse quelli a cui scrivo semplicemente non si aspettano di ricevere qualcosa da me, e quindi non si curano di guardare in macchina, di mettersi in posa, di rendermi il lavoro facile.

In ogni caso, delusione e un po' di senso di colpa perché
"Secondo me qui mi piacerebbe lavorare",
senza aver pensato che non sono così indispensabile al sistema produttivo italiano...

Boh.
Buon venerdì, comunque.

A

giovedì 26 novembre 2009

Goooood-morning-Milan!

La mia sveglia.



Ochei, è anche un telefono. Ma non viviamo forse nell'era della convergenza?
Comunque: anche stamattina, come ogni feriale da un annetto e mezzo in qua, ha suonato alle 07:10 per ricordarmi che la metro non aspetta i miei comodi.
E anche stamattina, come ogni feriale da un anno e mezzo in qua, mi sono girato dall'altra parte.

Una cosa buona della mia sveglia è che ha una suoneria orribile.
Fastidiosa. Insopportabile. Ma soprattutto implacabile.
Magari si ferma dopo un minuto di trombe del giudizio, ma poi ricomincia a strillare da capo, fin quando non mi decido a spegnerla.
L'intervallo tra un allarme e l'altro è di cinque minuti.
Quei cinque minuti sono i più celebralmente attivi della giornata, per ogni feriale da un annetto e mezzo in qua.

Strascichi di sogni. Illuminazioni. Frasi&citazioni e quel
"Vaffanculo!"
che ieri non ho avuto la prontezza di dire all'automobilista che mi ha quasi investito scambiando viale Monza per l'autodromo di.
Poi domande.

"Bene: cosa faccio oggi?"

Lavoro. Ochei, questo è facile. Mi alzo e mi lavo e mi sbarbo e mi vesto e mi intabarro e mi faccio visionare il biglietto e mi schiaccio tra i pendolari e mi scendo e mi spoglio -del soprabito- e mi siedo e mi accendo il pc, come in tutti i feriali dell'ultimo anno e mezzo.
Però non è proprio come sempre: perché adesso non sto lavorando... Sto onorando-il-contratto.
Il che significa che quando un collega arriva eccitato per un certo articolo o progetto o proposta, io per quanto mi sforzi non riesco proprio a farmi brillare gli occhi.
O a commentare argutamente. O a sfornare idee complementari e ornamentali.

La mia testa, forse non proprio lecitamente, gira su altre orbite.
Certo che ho idee. Certo che ho passioni. Certo che ho un piano.
Solo che la sospensione-del-disinteresse verso quello di cui adesso tratta la mia redazione non è più obbligatoria. E di certo non mi viene spontanea. In fondo, non rinnovo il contratto proprio per questo. Sta raccontando fuffa, ma soprattutto sta cercando di raccontarla male e per il motivo sbagliato.

...

Nel letto ho la sensazione che alzarmi non sia una buona idea. Mi alzo lo stesso, perché onorare-il-contratto è qualcosa che posso e devo fare, anche senza motivazioni particolari. Però mi servono dei perché-e-percome per fare andare le gambe.
(Senza un'idea non ci si alza dal letto, purtroppo, Morgan dixit)
Quindi i perché-e-percome me li invento.

Cercare un'agenzia cui mandare il CV.
Finire quel racconto.
Scrivere un post.
Raccontare storie.
Ridere e dire cazzate.
Ridere e dire cose serie.
Ridere e basta.

Non sono sicuro che questo voglia dire essere ottimisti, e quindi mettere in pratica il consiglio di amici&lettori&presidenti-del-consiglio. Ma è la mia scusa per spegnere la suoneria.
Questo, e il fatto che ha un suono orrendo.

Anche stamattina posso avere qualcosa di interessante da fare, giusto?
E se per farlo dovrò ritagliare i minuti tra attività noiose ma -ancora per poco- retribuite, pazienza.

A

mercoledì 25 novembre 2009

Ticket-to-ride

C'è biglietto e biglietto.


Questi ad esempio sono biglietti omaggio.
Un giornalista -a meno che non sia un giornalista di cronaca, che se una cosa non sanguina mica la guarda- li chiama accrediti.
Funzionano così: tu o la redazione per cui lavori chiama il teatro o il suo ufficio stampa e
"Ne mandiamo uno a vedere lo spettacolo così ci scrive la recensione"
Il teatro risponde
"Grazie, chi dobbiamo accreditare?"
ed evidenetemente intende
"Chi dobbiamo fare entrare aggratis nella speranza che ci faccia pubblicità?"

C'è un po' di mercantilismo in tutto questo ma non guardiamo sempre il lato economico.

Guardiamo il lato umano.
Io vado a teatro a scrocco.

...

L'accredito, per un giornalista, è l'equivalente dello sconto del 30% sulle tute da sub per un commesso della Decatlon. Voglio dire, se fai il commesso delle tute da sub in Decatlon mi auguro che ti piaccia anche usarle nelle immersioni. Quindi quando ne esce un modello nuovonuovo, essere il primo a potersela comprare e per di più pagandola meno è una bella gratificazione.
Sai che soddisfazione farci fish-watching, poi.

Bene, se scrivi recensioni teatrali si suppone che andare a teatro ti piaccia, e che tu sia felice quando puoi vedere uno spettacolo in anteprima, per di più gratis. Sono i tuoi benefit aziendali.
Ma non è solo questo: anche se 'sto mercantilismo serpeggia un po' dappertutto, un giornalista può illudersi che il suo giudizio valga davvero qualcosa, perché avrà la responsabilità di far capire ai lettori se domani sera pagheranno il biglietto o guarderanno la maratona di Chivuolessersagittario in tv. Mica poco.

Bene, oggi, mandato il curriculum quotidiano, sarei stato pronto per andare a teatro. Per recensire uno spettacolo che, stanti i comunicati stampa, è un bello spettacolo.
Avevo la voglia, la freschezza e persino lo spirito critico con le lame appena rifatte.
Invece resto a casa. Nulla di male: a teatro ci è andato un collega. Capita. Si chiama turnazione, e in una redazione ha un significato migliore di quello che ha a Termini Imerense, per dire un posto.
"Domani leggo al recensione e decido se andarci per i fatti miei"
penso mentre taglio l'insalata.
Invece no.
Perché il mio collega, quello che ha preso l'accredito al mio posto, ha deciso che stasera non gli andava di uscire.
Non è malato. Non ha avuto problemi a casa. Non l'hanno rapito i Ravanelli Cornuti di Mongo.

Non
Gli
Andava.

Behcazzosenonèunmalequestodadomani
-respiro-
bestemmiateinchiesainvecedidireamen.

Perché ha fatto fare una figura barbina alla redazione per cui lavora, e la prossima volta
"Ne mandiamo..."
"Mandate chi volete basta che non sia di nuovo l'Uomo Invisibile"

Perché a quello spettacolo potevo andarci io e cazzo a me sarebbe piaciuto.

Ma soprattutto... Perché quella gratificazione, quel benefit, quel valere qualcosa di cui sopra, probabilmente è una piccolezza, però credere che qualcosa conti, ed essere disposti, per averla, a fare qualche sacrificio, anche a superare non dico un'invasione di tuberi ma almeno un maldipancia...
Insomma questo fa la differenza fra chi un lavoro se lo merita e chi se lo trova.
Tra chi un biglietto se lo guadagna e chi semplicemente... Va a scrocco.

E adesso non ditemi che l'omino delle tute al decatlon non sa nuotare, sennò davvero si ribalta il mondo.

A

martedì 24 novembre 2009

Metro Linea 2

Dammi oggi la mia metro quotidiana.



Mezz'ora abbondante, da casa al lavoro. Città di Milano.
Linea due prima, poi due fermate di rossa.
Milano è la sua metropolitana, senza dubbio. Di mattina incazzata, di sera sfatta. In mezzo vuota.

Il mio problema oggi è non incontrare nessuno.
Non è difficile nel caos di millemila individui concentrati a proteggere il loro angolino di intimità, chi leggendo un giornale accartocciato a due millimetri dal naso, chi chiudendo gli occhi per recuperare qualche minuto di sonno, chi ancora fingendosi interessato alla tal pubblicità che in realtà non legge neppure.
Però il pericolo di un'occhiata casuale, di uno scontro nella calca, di un colpo di tosse a volume troppo alto c'è.
Uno mi riconosce e
"Allora, come va?"
con tutta l'innocenza del disinteresse.

Cosa dovrei dire, allora?

"Tutto bene: ho mollato il lavoro"
Oppure
"Cosìcosì: ho mollato il lavoro"
Oppure
"Malissimo: ho mollato il lavoro"

Non richiesto, parlerei del lavoro.
Perché ahimé il lavoro è l'angoscia delle prime ore della mia giornata.
Poi passa. Ma poi ritorna.

Allora in metro ho gli occhi sfuggenti del solito, per evitare ogni contatto.
Per evitare di dire a voce quello che poi scrivo qui.
Non so se si tratta di ipocrisia, di pusillanimità o di paura.
Di certo, è difficile non sentirsi in imbarazzo di fronte a uno incravattato che ti parla della sua prossima Ferrari quando tu non sei sicuro di poter fare un altro pieno alla Matiz.

Magari è solo orgoglio.
In effetti mi dicono tutti che è un brutto difetto. Anzi: un lusso.
E i lussi mica tutti se li possono permettere, sennò che lussi sarebbero?

...

D'altronde, bisogna ricordarsi che la metro è come Milano.
Quello che c'è qui è la città, più o meno.
Gente incazzata al mattino. Sfatta la sera. Assente nel mezzo.
Gente che non sembra troppo felice, anche se più tardi andrà a sgasare col Ferrari.
Che infondo fa tutti i giorni esattamente quello che cerco di fare io adesso: evitare il contatto per non dover parlare di se'.

Vuoi vedere che non sono l'unico angosciato in metropolitana?
Che ci ho messo trent'anni a capire come sta la maggior parte delle persone che ho attorno la mattina?
E che, peggio di tutto, sono stato uno di quei rari coglioni che per educazione, non per interesse
"comeva?"
ti chiedono, rovinandoti così la giornata?

Chi lo sa...

A

lunedì 23 novembre 2009

Quanti tasti hai?

Questa è la mia tastiera.
Ha 103 tasti.
Scommetto che voi non avete contato i tasti della vostra, ma molto probabilmente non è molto diversada questa.
Tutti hanno una tastiera.
Tutti battono i tasti.
Tutti sanno schiacciare Alt gr+ò per fare la @.

E forse è questo il problema.

Cioè, il fatto che tutti sappiano come si fa a scrivere con una tastiera per un sacco di gente implica che tutti sappiano scrivere. E non dico scrivere come

unlitrodilatte paneafette detergentemamiraccomandoquelloblu

Intendo raccontare le cose senza essere lì a parlartene.
Il mio mestiere, o presunto tale, e quello di un sacco di persone con cui ho parlato in questi giorni.
Qualcuno dice
"Non ci si improvvisa chirurghi, ma tutti pensano di poter fare i giornalisti"
qualcun altro
"lavoro qui da due anni ma mi cacceranno via perché tanto, per fare quel che faccio io, a loro basta uno che sappia fare copiaincolla"
Un altro ancora non mi dice niente, e lo capisco: una bestemmia non è una buona argomentazione quindi meglio tenersela in bocca, affare tra sé stessi e iddio per chi ci crede.

Per quanto sia stupido pensare che chi sa picchiare un chiodo nel legno sappia costruire un armadio, un sacco di persone crede davvero che per raccontare una storia basti saper scrivere; che cucinare un CS sia come fare il tema delle medie; che nulla sia più inutile di un redattore che controlla le fonti prima di pubblicare.
O meglio: il problema sono le aspettative. Magari qualcuno è anche convinto che far le cose per bene sia difficile ma... A chi interessa far le cose per bene? In quanti si accorgeranno dei refusi? Chi preferirà l'armadio solido a quello economico?
...
Anche oggi ho mandato il mio curriculum quotidiano.
Ne mando uno al giorno perché non voglio mandarli a caso.
Cerco un'agenzia, o una testata, o una casa editrice che si occupa di cose che mi piacciono e su cui mi sento ferrato. Mi navigo il sito. Leggo degli articoli, se ne trovo.
Mi cerco anche i nomi degli altri redattori, e dei direttori, e persino degli editori.
Tutto mentre onoro-il-mio-contratto, ovviamente, concentrando le ricerche nella pausa pranzo che, facendo felice il tal ministro, consumo tendenzialmente davanti al PC.

Insomma: studio. E dopo aver studiato, invio, con tanto di lettera di presentazione pensata per metter in luce chessò che ho già parlato delle Alpi Apuane, del verde della Garfagnana, del rombo del trattore in salita. Credo a quel che scrivo e quel che scrivo in fondo mi piace, perché è un pezzettino di me.

Non so se questo cambi qualcosa. Non credo che importi davvero alla maggior parte delle pesone che si troveranno a valutare il mio curriculum, né mi illudo che qualcuno pensi ch'io sappia scrivere perché ho contato i tasti della mia tastiera.

Però...

Però c'è qualcosa che fa la differenza.
E' la voglia. Non la volontà. La voglia. Il piacere. La passione.
Non racconto storie perché altrimenti non mangerei. Non lo faccio perché qualcuno mi obbliga. Neppure perché non ho nient'altro da fare.
Lo faccio perché ne ho voglia.
Perché non è la stessa cosa per me se la tastiera sta zitta o se ci batto sopra, e ancora se è solo freccespazioalt per qualche emulatore di giochi da bar o tabtabtab per passare da un menù a tendina all'altro. Perché se m'esce qualcosa di comprensibile dalle dita e qualcuno lo legge la giornata è fatta, nonostante non ci sia un contratto.

Non dico che la mia tastiera sia diversa dalla maggior parte di quelle che state usando voi.
E infatti mi piacerebbe scrivere anche sulle vostre.

A

domenica 22 novembre 2009

Diversamente WE

Primo fine settimana da diversamente occupato.
Apparentemente non è cambiato nulla sulla mia scrivania.

Invece qualcosa è cambiato.
Che la sto guardando.

Quando lavoravolavoravolavoravo, il sabato e la domenica erano un concentrato di voglie inespresse così compresso che, quando finalmente iniziavano, quasi tutto il bello scappava fuori come la schiuma da una bottiglia di spumante agitata troppo prima di stapparla.
Gitarelladiscotecatarantella. Capogiro d'etilismo in salsa cocktail. Tutti al supermarket dell'intrattenimento a far la fila un'ora per veder 45 minuti di spettacolo.
Cose così.
Non me lo godevo, il risposo settimanale, perché sapevo di dovermi divertire, dopo tutto quel batti ribatti e ameni sbatti sul lavoro.

Cosa cambia?

Adesso il mio lavoro è impiegare il tempo, quindi anche sabato e domenica sono giorni come tutti gli altri. Alla faccia delle religioni monoteiste (l'Islam ha il venerdì , il sabato è per l'Ebraismo, Domenica è quello del Cristiano), gli ultimi tre giorni della settimana mi cadono nel democratico proletariato della ferialità. Com'è un sabato degradato a martedì? O una domenica declassata a giovedì?

Beh, per ora meglio del previsto.

Vige l'austerity, ma non la parsimonia, visto che il mio quasi ex-lavoro mi concedeva un buon reddito. Quindi una birra con gli amici resta una gran baldoria.
E, si sa, bere concilia la chiacchiera molto più che mangiare, visto che occupa meno le mascelle.
Quindi ieri c'è stata bisboccia, e più ridanciana del solito.
Poi c'è il teatro, due spettacoli su tre sere.
Eppoi ancora il sonno. Nove ore di sonno a notte. Un'infinità se si pensa che l'unica risorsa veramente scarsa con cui mi sono confrontato negli ultmi 18 mesi è stato il tempo.

Siccome nel fine settimana non ci sono le otto ore di contratto-da-onorare, infine, c'è stato un sacco di spazio per lavorare sul mio futuro. Leggere. Scrivere (anche su questo blog). Mandare qualche curriculum. Angosciarmi un po'. Pensare e progettare e cercare.
E guardare la scrivania.
Ci sono un sacco di cose che probabilmente dovrebbero trovarsi altrove. Invece scazzo disordine trasloco le hanno lasciate proprio dove sono. Qui.
Appunti. Libri. Fumetti. Il dizionario. Biglietti del treno. Quaderni. La tastiera nuova.
Maschera e cappello perché faccio teatro. Il tamburino di Milano perché oltre a farlo, il teatro vado a guardarlo.
Cose mie, che immagino abbiano qualcosa da raccontare su di me.

Ripartiamo da qui. Da quello che sono stato e che quindi continuerò a essere, anche se forse in maniera nuova. Riconsideriamo la mia soggettività, come ho sentito dire a qualcuno.

E' una riscoperta, questo WE, stretto in un pugno di euro e in un migliaio di caratteri di storiella. Ed è la seconda pagina di un diario che mi auguro se non lungo, almeno ricco.

A

sabato 21 novembre 2009

Cominciamo da me

Questo sono io.



Ochei, in realtà sono un po' peggio di così, adesso.
Qui è quando ancora ero sereno, soddisfatto, convinto di aver trovato qualcosa di interessante da fare nella vita.

Era due, tre mesi fa.

In questi due, tre mesi qua, è successo che al posto per cui lavoro come giornalista abbiano pensato "vabbé un giornalista in più o in meno in fondo che differenza fa?"
quindi abbiano scelto di averne uno in meno.

Me.

Però non è che me l'hanno proprio detto: hanno pensato di mettermi alla prova, lanciarmi dei segnali e vedere se ci arrivavo da solo, probabilmente allo scopo di accrescere la mia autostima.

Missione compita: ci sono arrivato e qualche giorno fa, tra un caffé-da-macchinetta e l'altro,
"Il contratto tra me e voi non ha più molto senso, stante la situazione attuale"
ho detto.

Loro spallucce, qualche timido tentativo di dissimulazione, poi l'espressione del Samaritanorifiutato, cioè quello
"stupìto dell'arroganza con cui rifiuti un aiuto"
che tanto ben si addice alle personeperbene.

Quindi da ora so che dal primo gennaio non avrò più un contratto.
Ma per contratto so anche che fino al 31 dicembre continuerò a far quello per cui sono pagato da ormai un anno e mezzo: scrivere, fare montaggi video, cercare qualche idea nuova che, nella migliore delle ipotesi, verrà presa in considerazione dopo che tutte le idee del management si sono rivelate fallimentari. Insomma, non sono disoccupato, ma neppure propriamente occupato. Non sono neppure più precario, visto che la mia condizione è tutt'altro che incerta.
Forse un "precario senza prospettive". O, meglio, un "diversamente occupato".

Cose che capitano: sapere di restare a casa in un periodo di crisi non è mica da originali.
Anzi: più confesso la mia desolazione più mi accorgo che un sacco di altre persone si trovano più o meno nella mia stessa gelatina di frutta.

Ed è per questo che ho ricominciato a scrivere.

La cosa curiosa è che, nell'assenza di prospettive che emerge dalle chiacchierate isteriche, nello sconforto e nel disfattismo e nello smarrimento, ho ritrovato una scintilla di vitalità a cui da tempo mi consideravo impermeabile, chiuso com'ero nel cinismo dei satolli.

Quasi tutti, in questi giorni, mandiamo pile -virtuali- di curriculum. Mai come oggi i server di siti che hanno JOB nel titolo sono intasati di lettere, presentazioni, foto in primo piano e a figura intera.
Mentre in Russia aboliscono per legge la pena capitale, qui ci sono un sacco di persone che si senton condannate a morte, perché in effetti non avere un reddito da spendere è un po' morire come consumatore.
Io, che del vortice faccio ovviamente parte, guardandomi attorno vedo un sacco di storie.
Storie che si vogliono raccontare, così forte da urlarlo.

Si può arrivare allo Stato di Diversa Occupazione da mille dogane diverse, e, una volta qui, si può scegliere di bivaccare, di cercare subito una via d'uscita, di chieder la cittadinanza...

Su questo blog io cercherò di raccontare, giorno per giorno, come si vive da diversamente occupato. Ma cercherò anche di riportare, segnalare e raccogliere le storie di chi si sente come me, e come me pensa che raccontare sia un gran modo per attraversare le fasi della vita.
Anche quelle difficili.

A